Templo de Kukulcán, Chichén Itzá

martes, 31 de agosto de 2010

Giorno19: Viaggiando verso Tulum

UN VIAGGIO TERRIBILE

Ancora assonnatissimi non suona la sveglia: ho problemi col fuso del Guatemala, pensavo fosse un'ora prima del Messico invece che dopo; per fortuna in dormitorio le ragazze inglesi si svegliano presto e mi viene il dubbio che sia la ora di alzarmi. Per fortuna in cucina hanno lasciato incostudita una teglia di brownie al cioccolato (che follia, il mio olfatto da segugio usma i brownie cioccolatosi a distanza), cosi' io ed Enrico riusciamo a farci una colazione abusiva. Ci recupera purtroppo non il solito pullmino collettivo, ma un vecchio pullman, di quelli con la bagagliera sul tetto, con copertura in plasticone da avvolgere e fissare con le corde. Per fortuna siamo il primo carico di viaggiatori che recupera, ci informa che l'autobus sarà completamente pieno: questo significa che non solo i posti doppi di sinistra e in singoli di destra saranno occupati, ma anche i  piccoli seggiolini ripieghevoli che stanno attaccati ai sedili saranno aperti per occupare ogni singolo centimetro del corridoio. A questa notizia io decido di sedermi nel posto vicino al conducente, l'unico con spazio vitale maggiore di quello di una sardina; Enrico si sistema su un posto per ora singolo. Finito il giro di recupero viaggiatori il pullmino è davvero stipato, quei poveretti che sono finiti nel mezzo non possono neanche muovere le braccia. Cosi' incastrati e belli rimbambiti ci trasportano fino alla frontiera Guatemala-Belize, circa due ore ( di strade principalmente sterrate). Scendiamo e dobbiamo recuperare i nostri averi, zaino e zainone, metterci in coda alla dogana di uscita e di entrata e risalire nel pullmino, passando i bagagli all'autista sul tetto, che ripete tutto il lavoro con corda e cerata; tra una cosa e l'altra ci mettiamo circa un'ora. Tra l'altro a Enrico hanno rubato il posto..grandi imprecazioni ma riaverlo è impossibile, sicchè si fa un viaggio a sardina. Tornati sul pullmino purtroppo il caldo è soffocante, anche quando siamo in movimento continuiamo a sudare senza speranza..io me la cavo un poco meglio, mi arriva piu' aria, purtroppo anche il sole che fa effetto serra; arriviamo alla frontiera Belize-Messico intorno all'una davvero distrutti. Quantomeno mentre siamo in coda all'uscita dal Belize ci arriva un po' d'aria fresca, stranamente niente aria condizionata ma un sapiente gioco di apertura portoni e ventilatori. Anche a questa frontiera le cose vanno per le lunghe, quando la macchinetta che emette le ricevute si inceppa quasi perdiamo la speranza..riusciamo alla fine a uscirne vivi, ma ancora non è finita: dobbiamo ripetere il sali e scendi di zainoni per l'entrata in Messico. Superato l'ultimo confine arriviamo in una quindicina di minuti a Chetumal, Mexico. In stazione compriamo i biglietti per Tulum e aspettiamo un'ora e mezzo il pullman, il tempo di mangiare qualcosa e lavarci un po' e ci siamo.. le quattro ore di trasporto quasi volano ora che siamo tornati all'aria confezionata, i sedili comodi e i films. Arriviamo a Tulum intorno alle 22, insieme a una coppìa catalano-francese andiamo all'ostello piu' vicino, dove riusciamo a trovare due letti per un soffio. Ora che ci siamo sistemati possiamo rilassarci nella zona comune, un'enorme tavolata, e berci una meritata corona chiaccherando con Jordie e Audrey..giusto il tempo della birra e poi crolliamo sul tavolo, tutti a nanna.

lunes, 30 de agosto de 2010

Giorno18: Tikal


LA CAMMINATA INFINITA 

Dormivo cosi' bene nell'amaca, teneramente dondolando, con una copertina per le gambe e da arricciare come cuscino quand'ecco che la sveglia incombe: le 4.30, il momento perfetto per colazionare e partire coi primi raggi di sole. Il tempo di attaccare latte e cereali (altro che gocciole con ruggito) e comincia a piovere. Argh. Non c'è molta scelta se vogliamo arrivare a Tikal ad un orario decente, quindi antipioggia in spalla si comincia a camminare. In effetti passato l'acquazzone iniziale la pioggia si fa piu' leggera, merito la selva che ci inghiotte. Dopo un'ora che andiamo il caldo si fa sentire, soprattutto con la giacca antipioggia, che va bene il traspirare ma poverina, anche lei ha dei limiti. In effetti senza si sta molto meglio, e se non ti bagni per la pioggia di sicuro lo fai per l'umidità e il sudore che produci, quindi tanto vale non soffire il doppio il caldo.
Procediamo e procediamo, stavo giusto ingranando la marcia mattutina quando finiamo in una zona paludosa, che sotto la pioggia dà il meglio di sè inondando tutto il sentiero: quando possibile saltiamo da una parte all'altra sperando che i tronchi dove ci appoggiamo non siano troppo marci e il fogliame non sprofondi, altrimenti ci apriamo strade alternative, modulo la vegetazione fittissima che pare voler impedire ogni passaggio di animali superiori ai 10 cm di lunghezza.
Dopo una traumatica mezz'ora di fango abbandoniamo con immensa gioia la zona paludosa, e riprendiamo a camminare nella selva, camminare e camminare. La zona è tanto zanzarosa che dietro ognuno di noi c'è uno sciame di una cinquantina di zanzare, appena rallentiamo l'andatura le sentiamo ronzare nell'orecchio; quando ci fermiamo per una breve pausa dobbiamo accendere un fuoco e fare fumo con tutte le foglie che troviamo per cacciarle via ed evitare che ci massacrino. Zaino in spalla si riparte subito, il fango ci ha rallentati e dobbiamo recuperare. Tanto per cambiare camminiamo e camminiamo.. il tutto si complica quando incontriamo un rio esondato, addirittura il suo livello ha superato il ponticello della stagione delle pioggie, per guadarlo procediamo a piedi nudi nell'acqua rossa. Poco piu' avanti incontriamo il lago maya dal nome impronunciabile, bellissimo, un'atmosfera suggestiva, la sua superficie sembra densa, verde chiaro, e non mi stupirei se ne emergesse uno dei coccodrilli che lo abitano.
Dobbiamo guadare anche il lago, e questa volta la faccenda si fa decisamente piu' avventurosa, un tronco nel mezzo e dei paletti per tenerti in equilibrio: mentre lo attraverso intono la colonna sonora di indiana jones.
Miracolosamente nessuno di noi cade preda dei coccodrilli, nonostante gli attimi di panico che ha provato Miri su quel palo anche lei è stata tratta in salvo. E si riprende, nessun evento particolarmente interessante, se non che cominciamo ad essere veramente stanchi..per fortuna siamo in un posto spettacolare, e anche se provati, il silenzio della giungla pieno di rumori ci ripaga, tra il cadere delle gocce di pioggia dagli alberi, il fruscio delle foglie e le scimmie urlatrici che appena invadiamo il loro territorio ci minacciano con le loro grida terrificanti. Non che manchino le difficoltá a distrarci: per esempio le nostre guide Alfredo e Vladimir, che si alternano davanti a noi, non raggiungono il metro e 50, quindi il secondo andante si invischia di continuo la testa di ragnatele..visto che Miri rimane sempre indietro questo simpatico ruolo spetta sempre a me o a Enrico; tutto bene finchè Enrico quasi non si mangia un ragno enorme! Insomma, tra guardare dove passa la tua testa e dove metti i piedi ci teniamo occupati..ed ecco che arriva la pausa pranzo e la lieta novella: un'ora e mezzo alle rovine. Di buon umore mangiamo e ci avviamo spediti, purtroppo ricadiamo in una zona melmosa, nonostante il nostro impegno oramai siamo alla frutta, arriviamo alle rovine completamente stremati. Quando ci togliamo le scarpe fatico a riconoscere i miei piedi: sono completamente bianchi e grinzosi, in effetti dovevo aspettarmelo dopo essere finita nelle pozzanghere. Ci laviamo nel bagno vicino a un baracchino e ci gustiamo una meritatissima birra gelida..ahhhh!
Un breve momento di pausa, scambiamo i contatti con Miri (per poi perderli dopo poco sigh) ed eccoci a visitare Tikal, la capitale dell'impero maya. Il sito è spettacolare e pieno di animali, lo giriamo per un paio di ore fino a crollare verso un pullmino, tornata in ostello zoppicante ho a malapena la forza di rimanere sveglia per la cena, miracolosamente resisto e proviamo una delle specialità vegetali della zona in un accogliente locale lì vicino. Quasi rischiamo di lavare i piatti per la carenza di dinero, ci riusciamo ad organizzare e compriamo addirittura (post prelievo) un'amaca guatemalteca :-) A questo punto solo rimane una meritatissima nanna, che piu' che meritata sarà breve, domani sveglia ancora alle 4.30 per prendere il pullmino per Chetumal, Messico!

domingo, 29 de agosto de 2010

Giorno17: El Zotz


I PIPISTRELLI DE EL ZOTZ

Levataccia: ci recuperano all'ostello alle 5 del mattino! Dopo circa una ora e mezzo di macchina, di cui solo i primi 15 minuti asfaltati, arriviamo a El Cruce de Dos Aguadas, la comunitá dove vivono le guide che si occupano di ecoturismo nei parchi della zona. La nostra guida é tale Vladimir, un nome quantomeno insolito per la zona, e il padre Alfredo, un piccolo ometto che viaggiava nel portabagagli per carenza di spazio. Colazioniamo sulla strada mentre aspettiamo il cugino di Vladimir, Marvin, con la mula che porterá i vivieri, e iniziamo il cammino. 
Il sentiero é una piccola strada sterrata che sale e scende di continuo, e ogni volta che scende lo fa in grandi pozze fangose. Il cammino procede bene, chiaccherando con Vladimir scopriamo un bel po' di fatti guatemaltechi e curiositá: l'origine del suo esotico nome, per esempio, che suo padre ha ascoltato per caso per radio nell' 82 e ha deciso di donargli. Ci racconta che in Guatemala (un po' come in Messico) le ragazze si sposano giá intorno ai 15 anni con uomini trentenni, principalmente perché appena vengono iniziate alla gioie dell'amore rimangono incinte per carenze informative. Inoltre, come ci narra, in campagna la vita ha i suoi ritmi: sveglia intorno alle 4,30, lavoro nei campi di maiz fino alle 11 (al massimo, per non soccombere al caldo lancinante) e poi niente piú lavoro (quantomeno non nei campi) fino al giorno seguente; cosí anche le coppie sposate finiscono per avere tanto di quel tempo per amoreggiare che si ritrovano spesso con una quantitá di figli che varia tra i 10 e i 15. Piú che tempo per amoreggiare questa mi sembra follia, viste le poche risorse di cui dispongono per poi allevarli. 
Andiamo avanti in questo alternarsi di salita, discesa e fango, finché Enrico senza accorgersi finisce nelle sabbie mobili! Proprio di fianco a me lo vedo sprofondare fin sopra la caviglia, effetto risucchio dal basso, per fortuna sono basse. Niente di grave, la sabbia poi era tanto densa che nemmeno si é bagnato le scarpe.
Ridendo e scherzando riprendiamo il cammino, e dopo poco ancora Enrico si allontana un attimo dal sentiero battuto per andare a salutare un albero, giusto il tempo di innaffiarlo e torna imprecando: qualcosa lo ha morso a un polpaccio. Un attimo di panico, le nostre guide controllano il morso: fiuuuffff! Per questa volta bene: é stato un verme di quelli fosforescenti a morderlo, un po' di dolore ma niente di strisciante e velenoso. E quando dico un po' di dolore non voglio sminuire quel che provo' il povero Enrico, visto che il polpaccio gli si gonfió tantissimo intorno al morso.
Camminiamo a camminiamo, nei brevi momenti in cui siamo sotto il sole soffriamo tantissimo, arriviamo alla fine al campamento dopo un totale di quasi 5 ore, stanchi morti e con almeno due litri di sali minerali in meno a testa.
Il campamento é in realtá l'avamposto di controllo del parco El Zotz, dove troviamo due guardiani che gentilmente ci cedono le loro amache per riposarci un po, mentre le guide preparano il pranzo.; con la pancia sazia finalmente ci facciamo un pisolino dondolante sulle amache.
Nel pomeriggio, dopo un'ora di sonno, andiamo a visitare un sito archeologico poco distante, purtroppo il governo guatemalteco non dispone dei fondi necessari e le piramidi che hanno scoperto e dove hanno trovato resti di scheletri sono ancora sommersi dalla fitta vegetazione. Di interessante troviamo invece i resti di una fin troppo grande tarantola, fortunatamente inoffensiva. Ci racconta Vladimir che le tarantole guatemalteche non sono velenose, e si nascondono sotto terra quando viene la pioggia, forse la nostra é stata sorpesa da un acquazzone ed é annegata.
Torniamo al campamento per riprenderci, qui il caldo é davvero insopportabile, solo fare due passi costa litrate di sudore. Io e Enrico decidiamo di seguire Vladimir a El Mirador, da dove come suggerisce il nome si possono ammirare chilometri e chilometri di giungla. Rimaniamo lí una quindicina di minuti, giusto il tempo per asciugarci dopo la salita, e ci avviamo alla grotta dei pipistrelli.
Già scendendo dal Mirador ne avvistiamo almeno un centinaio, dobbiamo tenere una mano davanti al viso per evitare che ci entrino con un'ala in bocca. Tra l'altro il sole sta calando, la luce è lieve sotto gli alti fitti alberi della selva, vedersi passare questi pipistrelli tutto intorno è come un miraggio, quasi non si possono distinguere da un battito di palpebre. Arriviamo sotto una grande parete di roccia bianca, l'ideale per un arrampicatore, se non fosse per l'intenso odore di guano che ricopre tutto il terreno davanti a noi. Dalla quantità degli escrementi ci facciamo un'idea del corrispettivo numero di produttori, ma quando Vladimir richiama la nostra attenzione non riusciamo a crederci: miliardi di pipistrelli si risvegliano e si librano in volo, per cinque minuti il cielo sopra di noi diventa nero, denso di pipistrelli che vanno a caccia, mentre sopra di loro falchi affamati puntano la loro cena.
Ancora stupefatti torniamo all'accampamento, una veloce doccia al buio (fortunatamente sono dotati di cisterne che recuperano l'acqua piovana, di sicuro non scarsa in questa stagione) e cena: Alfredo, il padre di Vladimir, si rivela un ottimo cuoco, una gradevolissima sorpresa. Non sono neanche le otto di sera e già sbadiglio come un ippopotamo, il tempo di montare la zanzariera sopra l'amaca, per evitare animali vari tra cui i simpatici pipistrelli a caccia di sangue, e mi addormento subito dondolando.

sábado, 28 de agosto de 2010

Giorno16: Flores, Guatemala


GUATEMALA: APINI E PISTOLE

Siamo arrivati sani e salvi a Flores, Guatemala, nonostante nel paese le strade asfaltate siano una raritá fuori dalle grandi cittá. Il capo villaggio e campamiento lacandone, un omino bassetto e dall'aria simpatica, ci ha portati in 6 in auto alla fermata del bus per flores: 20 minuti passati con testa e busto fuori dal finestrino, l'ideale per risvegliarsi! All'arrivo del pullmino scopriamo piacevolmente che l'autista è lo stesso del nostro arrivo, il fantastico adoratore del walkie-talkie e delle cover spagnoleggianti! Appena saliti per non deludere le nostre aspettative ci delizia col solito cd..non mi riesco ancora a togliere quella dannata canzone dalla testa. Arriviamo alle lance di Yaxchilan, dove saliamo con i nostri zainoni in circa dieci persone, la lancia barcolla ma non affonda, e arriviamo asciutti sull'altra sponta dell'Usumacinta. Li' saliamo su un pessimo autobus, niente aria condizionata e spazio vitale di una sardina sott'olio. Dopo circa mezz'ora di strada non asfaltata arriviamo alla frontiera guatemalteca, dove ci incodiamo per i riti dei timbri e il pagamento doganale di 5 dollari, asfissiati dai personaggi malfidati che ci chiedono in continuazione se vogliamo cambiare pesos, dollari o quetzales, la moneta del Guatemala. Risaliamo sul pullmino, noi e l'afa, e percorriamo almeno 3 ore di strade temibilmente non asfaltate, poi altre 3 piu' civili. Arrivati  nella parvenza di una città uno strano individuo sale sul nostro autobus: ben piazzato ma un po' lasciato andare, con aria da cattivone messicano un po' gringo e un codino alto che raccoglie i pochi capelli ingellati. Lavora in una delle agenzie di Flores e in spagnolo e in inglese comincia a proporre tour su tour, dalla visita alle rovine ai giri nella giungla. Ci facciamo una prima idea dei prezzi, in messico le agenzie abbassano sempre le prime offerte fino ad arrivare alla metà del prezzo iniziale. Dopo una interminabile pausa prelievo monetario a Santa Elena arriviamo a Flores. Noi, i francesi, dei tedeschi e delle argentine decidiamo di andare a stare nell'ostello Los Amigos, dove ci accoglie un'atmosfera a dir poco rilassante, tra le amache appese nel giardino, le sdraio e un bellissimo spazio comune dove piccole iguane tentano di fuggire alle morse di un tenero micino di pochi mesi. Mi godo un ottimo frullatone di frutta mentre la coppia di tedeschi che erano con noi al campamiento lacandone mi aggiorna su che fare a Flores. Recupero Enrico, passiamo in lavanderia e cominciamo a girare per le agenzie cercando una bella offerta per un tour di due giorni nella selva guatemalteca. Finalmente troviamo l'offerta che fa per noi, partiamo domani con una ragazza israeliana, tale Miri,  ci recuperano alle 5 del mattino e dopo una camminata di 4 ore arriviamo al Parque El Zotz, che visiteremo nel pomeriggio. Dormiamo in amache in una specie di campamento e ci avviamo in mattinata verso Tikal, l'antica capitale Maya, che raggiungeremo in circa 6 ore (aggh). Da li' visita al sito e rientro a Flores. Speriamo poi di trovare un autobus notturno che ci riporti in Mexico, a Tulum, anche se ancora non abbiamo deciso se passare per il Belize. Andale, andale!

viernes, 27 de agosto de 2010

Giorno15: Selva Lacandona

 

IL SANTONE

La sveglia oggi suona alle 8, dopo una bella dormita ci avviamo a fare colazione nel comedor. Li' ci raggiunge la nostra guida, anche lui di bianca tunica vestito, che ci racconta dove andremo a camminare. Ha chiaramente una padronanza limitata dello spagnolo, ha un accento che pare quasi fracese, da come arrota le erre. Purtroppo scopriamo che non ci forniscono stivali (secondo i locali fanno puzzare i piedi, quindi non meritano considerazione), grande tristezza visto che la notte ha diluviato e ci siamo svegliati spaventati sentendo il tuono piu' tonante della nostra vita. In ogni caso c'e` poco da fare, io mi lego allo zaino le infradito e si parte in scarpe. Con noi ci sono anche due francesi, David e Jean, che non spiccicano una parola di spagnolo e che abbiamo conosciuto appunto aiutandoli nella traduzione: in questa piccola comunità le donne che gestiscono il campamiento a malapena parlano spagnolo, figuriamoci l'inglese. Dopo pochi minuti di cammino, appena il sentiero si immerge nella selva ci ritroviamo davanti il pantano e il rio che ha straripato e invaso tutto cio' che ha trovato vicino, ci togliamo le scarpe e siamo pronti ad andare avanti, in infradito o a piedi nudi. Non sono molto contenta, visto che in questa stagione il santone ci ha detto che i serpenti escono a cercare casita..lui è davanti a controllare che non ce ne siano di velenosi, ma noi siamo almeno 3 metri dietro, e si sprofonda fino alla caviglia. Decidiamo di affidarci al bianco guru e lo seguiamo nella selva. Ritroviamo i funghi a ventosa, che avevamo avvistato ieri a Yaxchilan, e scopriamo una serie di interessanti proprietà curative delle piante locali, quando non sono stritolate dal temibile MataPalo, avvistiamo farfallone giganti, iguane, una specie di porcellino roditore (cosi battezzato da Enrico) e fortunatamente niente serpenti. I soliti momenti divertenti quando chiediamo al santone che cos'era il porcellino roditore e di che si nutre: la risposta è una serie di nomi in maya incomprensibili..comunque piu' che roditore pare sia un animale fruttariano. Guadiamo diversi rii nel tragitto, incontriamo cascate e arriviamo ad un'ansa del fiume in cui confluiscono anche le acque trasparenti sotterranee: spettacolare. 
Tornati al campo pranziamo coi due francesi e decidiamo di siestare un poco, vista anche la carenza di attività ludico-esplorative. Per tirarci su di morale decidiamo di sperimentare la foglia-cartina che ci ha donato il santone, uno strato sottilissimo che ha tolto a una foglia simil palma. Ingredienti le foglie di coca che Enrico ha senza volere estradato dalla Bolivia..fortunatamente al confine Bolivia-Messico il doganiere padrone del cane che lo puntava si è limitato a sottrargli una banana, proponendogli in cambio una ricevuta di incenerimento della stessa.In serata ci riprendiamo con birra e un partitone a scopa, ancora aperto visto che dopo un pareggio siamo crollati addormentati.