Templo de Kukulcán, Chichén Itzá
domingo, 29 de agosto de 2010
Giorno17: El Zotz
I PIPISTRELLI DE EL ZOTZ
Levataccia: ci recuperano all'ostello alle 5 del mattino! Dopo circa una ora e mezzo di macchina, di cui solo i primi 15 minuti asfaltati, arriviamo a El Cruce de Dos Aguadas, la comunitá dove vivono le guide che si occupano di ecoturismo nei parchi della zona. La nostra guida é tale Vladimir, un nome quantomeno insolito per la zona, e il padre Alfredo, un piccolo ometto che viaggiava nel portabagagli per carenza di spazio. Colazioniamo sulla strada mentre aspettiamo il cugino di Vladimir, Marvin, con la mula che porterá i vivieri, e iniziamo il cammino.
Il sentiero é una piccola strada sterrata che sale e scende di continuo, e ogni volta che scende lo fa in grandi pozze fangose. Il cammino procede bene, chiaccherando con Vladimir scopriamo un bel po' di fatti guatemaltechi e curiositá: l'origine del suo esotico nome, per esempio, che suo padre ha ascoltato per caso per radio nell' 82 e ha deciso di donargli. Ci racconta che in Guatemala (un po' come in Messico) le ragazze si sposano giá intorno ai 15 anni con uomini trentenni, principalmente perché appena vengono iniziate alla gioie dell'amore rimangono incinte per carenze informative. Inoltre, come ci narra, in campagna la vita ha i suoi ritmi: sveglia intorno alle 4,30, lavoro nei campi di maiz fino alle 11 (al massimo, per non soccombere al caldo lancinante) e poi niente piú lavoro (quantomeno non nei campi) fino al giorno seguente; cosí anche le coppie sposate finiscono per avere tanto di quel tempo per amoreggiare che si ritrovano spesso con una quantitá di figli che varia tra i 10 e i 15. Piú che tempo per amoreggiare questa mi sembra follia, viste le poche risorse di cui dispongono per poi allevarli.
Andiamo avanti in questo alternarsi di salita, discesa e fango, finché Enrico senza accorgersi finisce nelle sabbie mobili! Proprio di fianco a me lo vedo sprofondare fin sopra la caviglia, effetto risucchio dal basso, per fortuna sono basse. Niente di grave, la sabbia poi era tanto densa che nemmeno si é bagnato le scarpe.
Ridendo e scherzando riprendiamo il cammino, e dopo poco ancora Enrico si allontana un attimo dal sentiero battuto per andare a salutare un albero, giusto il tempo di innaffiarlo e torna imprecando: qualcosa lo ha morso a un polpaccio. Un attimo di panico, le nostre guide controllano il morso: fiuuuffff! Per questa volta bene: é stato un verme di quelli fosforescenti a morderlo, un po' di dolore ma niente di strisciante e velenoso. E quando dico un po' di dolore non voglio sminuire quel che provo' il povero Enrico, visto che il polpaccio gli si gonfió tantissimo intorno al morso.
Camminiamo a camminiamo, nei brevi momenti in cui siamo sotto il sole soffriamo tantissimo, arriviamo alla fine al campamento dopo un totale di quasi 5 ore, stanchi morti e con almeno due litri di sali minerali in meno a testa.
Il campamento é in realtá l'avamposto di controllo del parco El Zotz, dove troviamo due guardiani che gentilmente ci cedono le loro amache per riposarci un po, mentre le guide preparano il pranzo.; con la pancia sazia finalmente ci facciamo un pisolino dondolante sulle amache.
Nel pomeriggio, dopo un'ora di sonno, andiamo a visitare un sito archeologico poco distante, purtroppo il governo guatemalteco non dispone dei fondi necessari e le piramidi che hanno scoperto e dove hanno trovato resti di scheletri sono ancora sommersi dalla fitta vegetazione. Di interessante troviamo invece i resti di una fin troppo grande tarantola, fortunatamente inoffensiva. Ci racconta Vladimir che le tarantole guatemalteche non sono velenose, e si nascondono sotto terra quando viene la pioggia, forse la nostra é stata sorpesa da un acquazzone ed é annegata.
Torniamo al campamento per riprenderci, qui il caldo é davvero insopportabile, solo fare due passi costa litrate di sudore. Io e Enrico decidiamo di seguire Vladimir a El Mirador, da dove come suggerisce il nome si possono ammirare chilometri e chilometri di giungla. Rimaniamo lí una quindicina di minuti, giusto il tempo per asciugarci dopo la salita, e ci avviamo alla grotta dei pipistrelli.
Già scendendo dal Mirador ne avvistiamo almeno un centinaio, dobbiamo tenere una mano davanti al viso per evitare che ci entrino con un'ala in bocca. Tra l'altro il sole sta calando, la luce è lieve sotto gli alti fitti alberi della selva, vedersi passare questi pipistrelli tutto intorno è come un miraggio, quasi non si possono distinguere da un battito di palpebre. Arriviamo sotto una grande parete di roccia bianca, l'ideale per un arrampicatore, se non fosse per l'intenso odore di guano che ricopre tutto il terreno davanti a noi. Dalla quantità degli escrementi ci facciamo un'idea del corrispettivo numero di produttori, ma quando Vladimir richiama la nostra attenzione non riusciamo a crederci: miliardi di pipistrelli si risvegliano e si librano in volo, per cinque minuti il cielo sopra di noi diventa nero, denso di pipistrelli che vanno a caccia, mentre sopra di loro falchi affamati puntano la loro cena.
Ancora stupefatti torniamo all'accampamento, una veloce doccia al buio (fortunatamente sono dotati di cisterne che recuperano l'acqua piovana, di sicuro non scarsa in questa stagione) e cena: Alfredo, il padre di Vladimir, si rivela un ottimo cuoco, una gradevolissima sorpresa. Non sono neanche le otto di sera e già sbadiglio come un ippopotamo, il tempo di montare la zanzariera sopra l'amaca, per evitare animali vari tra cui i simpatici pipistrelli a caccia di sangue, e mi addormento subito dondolando.
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